Tratto da: www.responsibilityproject.com

Un burbero guardiano del faro prova i limiti della propria responsabilità.

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Articolo di Marco Lombardo
Tratto da: www.digi.to.it

L’agosto in città vi rende nervosi? Per fortuna (o no) è finito, ma provate a chiudere gli occhi e immaginare di passare dai palazzi di Torino alla solitudine di un faro, lontano dai centri abitati, con una splendida vista sul mare e il suono delle onde che si infrangono sulla costa. Va un po’ meglio? Ora – giusto per farvi tornare un po’ di rabbia – pensate che in molti, quest’estate, hanno deciso di trascorrere così le vacanze, scegliendo e prenotando su internet il faro dei propri sogni. È il caso di Cinzia, torinese, appena tornata da Savudrija, in Croazia, dove si trova il faro più antico di tutto l’Adriatico (nella foto), costruito nel 1818.

Al mare, ma lontani dagli ombrelloni
Cinzia, come tutti, fino a qualche mese fa credeva che quella del guardiano del faro fosse la solita «leggenda metropolitana». Poi, grazie a internet, ha scoperto che un faro poteva addirittura prenotarlo per le vacanze: «Sentivo l’esigenza di stare un po’ lontana dalla gente ammassata tra gli ombrelloni, e lì ero sicura di trovare quello che cercavo. Così ci siamo organizzati e abbiamo trascorso queste due settimane in Istria. Eravamo due coppie di amici, quindi abbiamo trovato il giusto equilibrio tra compagnia e solitudine». Affittare un faro, quindi, un po’ come si affitta una casa al mare: «un appartamento di 65 mq, con due camere, cucina, bagno». Certo, qualche piccola differenza c’è, a cominciare da lui, il guardiano.

Il faro e il suo guardiano
«Un personaggio strepitoso, sembrava uscito da una fiaba: piccolino e magro. E abbiamo capito presto il perché: per arrivare in cima al faro bisogna arrampicarsi su una scala a chiocciola ripidissima e strettissima, e lui ci saliva almeno sei volte al giorno, per controllare che tutto funzionasse», ci racconta Cinzia. «Quando arrivava un temporale, saliva per togliere le tendina che copre la lucerna e illuminare il mare, o per riparare i danni causati dai fulmini».
Naturalmente anche gli “ospiti” hanno avuto la possibilità di salire e di vedere, da dentro, il faro di Savudrija, scoprendo «nascosto in quello che può sembrare un vecchio rudere, un sistema collegato via radio con la guardia costiera e munito delle più moderne tecnologie». La componente più suggestiva non manca, però, in una vacanza così, «con una bellissima vista, e la sensazione di essere sospesi sul mare limpido e pulito, a due passi da splendide spiagge rocciose».

Come trovare il “proprio” faro
«Ho scelto questo faro - racconta Cinzia – perché è su una penisola, quindi era un po’ più semplice andare a fare qualche rifornimento nei centri vicini. Ce ne sono, però, anche sulle isole e in quel caso devi chiedere ogni volta che ti vengano a prendere con un motoscafo». L’idea della vacanza da “guardiani del faro” ha un grande successo in Croazia, al punto che per trovare posto si deve prenotare molti mesi prima. Un apposito sito, www.lighthouses-croatia.com, permette di vedere le immagini e leggere la storia dei fari del paese, e anche di prenotare direttamente online. Per chi preferisce i climi e i paesaggi atlantici, sembra che anche in Gran Bretagna si stiano attrezzando, e qualche possibilità si può trovare sul sito www.ruralretreats.co.uk.
Una vacanza alternativa, insomma, che si può scegliere per qualsiasi periodo dell’anno. Dopotutto, lo sanno tutti, anche il “mare d’inverno” ha il suo fascino.

Vi piacerebbe trascorrere le vacanze in un faro?

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Tratto da: www.agi.it

(AGI) – Roma, 20 ago. – Continua il viaggio di “Lineablu” in onda su Rai1 sabato 21 agosto alle 14.00. Meta della puntata, una splendida zona costiera della Sardegna sud-occidentale dove tutto parla di Liguria: l’isola di S. Pietro, con i suoi 33 Km di costa.
“Lineablu” proporra’ la navigazione intorno all’isola per ammirare la natura aspra e selvaggia di una terra battuta dai venti e per godere di un mare incontaminato. E’ prevista anche la visita alle Saline di Carloforte dove e’ stato avviato un progetto di riqualificazione. Insieme al Prof. Piccinetti continuera’ il viaggio alla scoperta della Tonnara di Carloforte per seguire tutte le fasi della lavorazione del tonno.
Da ascoltare, la storia dell’ex guardiano del faro di Capo Sandalo, il punto piu’ a ovest d’Italia. Il viaggio continuera’ nel Sulcis Iglesiente per scoprire la miniera di Porto Flavia.
Immagini spettacolari dei fondali del Pan di Zucchero con le sue grotte dagli affascinanti giochi di luce. Nell’ angolo “Un mare di ?..” Fabrizio Gatta andra’ alla scoperta di un nuovo borgo marinaro.
Con il Professore Giorgio Calabrese, per apprezzare prelibatezze e riscoprire i sapori della cucina mediterranea.
Per la rubrica Vita di Mare, realizzata in collaborazione con il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Donatella Bianchi, in compagnia di alcune scolaresche, sara’ a bordo di un imbarcazione adibita alla piccola pesca in navigazione verso Sant’Antioco, per “imparare” qualcosa in piu’ del mestiere del pescatore e gustare squisite ricette di mare.

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Articolo di Pasquale Alfieri
Tratto da: www.ilsole24ore.com

Una casa sul mare a Laytown, un piccolo villaggio sulla costa del Mare d’Irlanda nella contea di Meath
In barca a vela lungo le coste occidentali. O sugli scafi a motore per la pesca d’altura. E poi, yacht club, windsurf, fari e regate internazionali. Da Donegal a Dingle Bay, alla scoperta del Paese che da sempre ha confidenza con l’oceano

Le insenature scavate nelle scogliere, il blu profondo che si confonde con la linea verde dei manti erbosi, l’inevitabile spumeggiare delle onde. L’Irlanda non è un invenzione del marketing delle cartoline. Quello che avete scorto in innumerevoli vedute romantiche e in qualche film hollywoodiano è esattamente quello che trovate sbarcando qui. Specialmente se avete la fortuna di ammirarlo dal mare, approfittando delle strutture e dell’organizzazione di un Paese che sta riscoprendo la sua vocazione alla vela (e alla canna da pesca).

Le balene del Connemara
È a ovest dell’isola verde, da Donegal a Dingle Bay, il vero paradiso della navigazione a vela e a motore, della pesca d’altura, delle esplorazioni sottocosta in kayak, e ancora delle immersioni. Specie spingendosi alle isole al largo della costa occidentale, ancora poco battute – con l’eccezione delle celebri Aran – dal turismo della bella stagione. È qui, nei limpidi fondali delle isole di Inishbofin, di Inishturk o di Clare, nei pressi della baia di Clew, che può capitare di imbattersi anche in balene, foche o delfini che seguono la Corrente del Golfo. Sulla costa che lambisce il Parco Nazionale di Connemara, a nord di Galway, un traghetto – se non vi siete procurati una barca con qualche compagnia di charter locale – collega Cleggan a Inishbofin. Sull’isola vi accoglie il piccolo, omonimo villaggio-porto di 200 anime dove si affacciano le rovine del Castello di Cromwell, confino di preti cattolici nella guerra di religione del XVIII secolo. Spingendosi a sudovest, nella baia di Galway, tappa finale della regata Volvo Ocean Race, l’approdo di Spiddal è il ricovero dei currach, tipiche imbarcazioni di legno ricoperte di cuoio e bitume utilizzate dai pescatori. In luglio una folla di spettatori invade la bella spiaggia di Kilkee per la regata che vede sfidarsi i college irlandesi, ma anche singoli appassionati. Da pochi anni, infatti, il West Clare Club Currachriproduce queste imbarcazioni su commissione, pronte ad andare in gara. I currach sono anche il simbolo delle isole di Aran, raggiungibili con il traghetto da Galway o, con meno miglia, da Doolin. È qui, sull’isola di Inis Mór, che si confezionano i famosi maglioni da lupi di mare, capo cult degli skipper di tutto il mondo da comprare direttamente in fabbrica all’Aran Sweater Market.

Regate d’alto bordo
A sudest del Paese, la vocazione marinara si mescola con la storia e con l’orografia. La città di Cork vanta due primati mondiali: il più grande porto naturale e il più antico e selettivo circolo nautico, il Royal Yacht Club fondato nel 1720. Esclusivo tanto da rifiutare l’ingresso a nomi blasonati del passato, oggi, più democraticamente, offre a tutti le delizie del suo ristorante, regno gourmet dello chef Gerard O’Sullivan. A fine giugno, il Club ha atteso l’arrivo del Round The World Clipper, la gara transoceanica dei velieri d’epoca, e dato il via alla Cork Week, prestigiosa regata che tornerà nel 2012.

Competizioni a parte, l’Irlanda occidentale, tra la baia di Cork e la penisola di Dingle, offre più di un’occasione per noleggiare una barca e godersi insenature, calette e minuscoli approdi con gli immancabili Guinness Pub. L’operatore italiano Filo Vent ha una base nautica a Dingle, da cui si possono raggiungere le isole Skellig, e a Kinsale. Qui Sovereign Sailingdispone di un veloce Elan 340, da preferire per un weekend. Da provare il ristorante del Kinsale Yacht Club, dove Francesco e Jean servono pesce locale con gusto italiano. A pochi chilometri, Cobh, ultimo scalo del Titanic prima del naufragio, dedica al transatlantico The Cobh Titantic Trail, itinerario tra luoghi e ricordi legati al grande transatlantico.

Risalendo fino alla capitale, per entrare nel clima dello yachting style gaelico, non si può perdere il Docklands Maritime Festivalche da fine maggio ai primi di giugno anima le banchine del fiume Liffey. Né il Belfast Maritime Festival, che si tiene a fine giugno nella capitale nordirlandese e nel 2009 vide l’arrivo dei velieri della Tall Ships Race. A proposito di vele. Spostandosi 30 chilometri nord di Dublino, tra Bettystown e Laytown, si può provare l’esperienza di scivolare sulle sterminate spiagge di sabbia con i kart a vela del landsailing, a 40 km all’ora.

Guardiani del faro
Insieme alle piccole isole che circondano la costa come un ricamo, le vere star d’Irlanda sono i fari. Nella quiete di acque tranquille o avvolti dai frangenti, hanno ispirato gli scatti più suggestive dei fotografi del mare. L’ottocentesco faro di Fastnet Rock, il punto più meridionale d’Irlanda, nella contea di Cork, si distingue per la sua altezza e la sua fama di boa della regata oceanica Fastnet Race che parte dall’isola inglese di Cowes in Inghilterra. Ma quasi ogni promontorio ha una lighthouse con la sua storia: da quella di Loop Head a Clare, alla foce dello Shannon, a quella di Galley Head nel St. George Channel nel versante occidentale dell’isola. In alcune di queste, come il faro di Crookhaven, a sud di Cork, si può provare l’entusiasmante esperienza di dormire una notte come un guardiano del faro.

Fuori dal guscio
Sempre in barca, ma con un motore e una robusta canna da pesca in mano, si vive un’altra autentica specialità irlandese: la pesca d’altura. Fishing in Ireland è la società che riunisce una flotta di fisherman boats tra i 30 e i 50 piedi nelle basi nautiche di zone più pescose e meno esposte alle correnti da sudovest a nordovest dell’isola. Posti dove le prede – supertonni, marlin, pesci spada – sono da palmarès.

Ma cosa c’è, oltre al pescato, nella cambusa del lupo di mare irlandese? Crostacei e frutti di mare, naturalmente. Organizzate il viaggio a maggio, quando a Bantry, contea di Cork, si apre la sagra delle cozze. O ancora meglio a settembre, quando scattano i festival dell’ostrica. A dare il via è Hillsborough,­ nel Tipperary, con l’Oyster Festival di inizio settembre, seguito da Galway e Clarenbridge, sempre nella contea di Galway, paese che dal 1954 non ha mai saltato un appuntamento. E vanta un record ineguagliabile: 233 ostriche aperte in soli tre minuti. Salute.

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Articolo e foto di Natascia Festa
Tratto da: www.corrieredelmezzogiorno.it

Dopo 103 scalini nell’odorosa macchia mediterranea, vista sull’abbandono
L’edificio ottogonale a strapiombo sul mare era la dimora del fanalista, figura scomparsa per tagli

NAPOLI – Una lunga stradina tra muri bianchi e selciato lavico (via Faro), poi 103 scalini odorosi nella macchia mediterranea, infine il mare di Procida oltre gli scogli a strapiombo: una meraviglia per gli occhi e l’anima come sapeva bene Elsa Morante che qui aveva ambientato «L’isola di Arturo».




Ma tra le ginestre, la malvarosa e l’azzurro, lo sguardo è interrotto da un edificio ottogonale completamente in rovina: finestre divelte, muri picconati come da una furia devastatrice, cumuli di macerie all’interno e all’esterno, materiali di risulta di quello che doveva essere un incantevole appostamento sul mare.

LA DEVASTAZIONE DI PUNTA PIOPPETO – Siamo a Punta Pioppeto, una delle lingue estreme di Prochyta (dal greco prochyo, da cui terra coricata), l’isola «sputata dal vulcano» in mezzo al mare. La struttura, che nonostante il degrado conserva una flebile memoria della bellezza di un tempo, era la dimora dell’ultimo «fanalista», l’addetto al faro di Procida, un mestiere definitivamente scomparso dall’isola nel golfo di Napoli. Questo (invidiabile?) posto di lavoro, infatti, è stato soppresso dopo il ridimensionamento del personale del settore costiero, cosicché il faro, uno dei più importanti di questo angolo di mare – è un punto di osservazione fondamentale con i fari di Capo Misero e Punta Carena – ora è completamente abbandonato. Giovedì sera però un segnale di speranza per il futuro del faro c’è stato. Aniello Scotto di Santolo, consigliere comunale d’opposizione (Insieme per Procida) ha firmato una mozione per l’acquisizione del bene (ora di proprietà del ministero della Difesa) da parte del Comune.

UN TUFFO OLTRE IL DEGRADO – Il degrado e il pericolo, però, non scoraggiano bagnanti «local» e turisti. Le famiglie, soprattutto di procidani, affrontano i 103 scalini con bambini e retine perché qui l’acqua, di solito (ma sempre di meno purtroppo) è particolarmente limpida e pescosa. I piccoli devono lambire la struttura fatiscente con tanto di inferriate arrugginite per raggiungere i loro compagni di gioco: i granchietti di scoglio con i quali ingaggiano strenui battaglie.

IL FARO SENZA GUARDIANO – Il guardiano del faro? Nessuno. La struttura è completamente abbandonata e rientra tra i beni dello Stato che presto potranno essere venduti ai privati. Il Comune di Procida, in passato, aveva mostrato il suo interesse per un eventuale recupero. Di certo era riuscito ad ottenere una servitù di passaggio per i bagnanti. Non solo. Si era addirittura ipotizzata la costituzione di un Centro Studi Internazionale per la tutela e lo sviluppo delle aree isolane e costiere. Per il momento altro che tutela. Uno degli angoli più seducenti e romiti dell’«Isola di Arturo» è ferito da questo angolo di devastazione, che sembra frutto di un bombardamento ma senza guerra se non quella carsica e devastante del vandalismo.

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Articolo di Chiara Beghelli
Tratto da: www.ilsole24ore.com

«Scusi, mia moglie non c’è, ma prima di uscire ha preparato questi dolcetti alla nocciola». Anche per la signora di un guardiano del faro le prime virtù devono essere prontezza e previdenza. Il Comandante Giovanni Lupo vive nel faro di Cozzo Spadaro, costruito nel 1864 sulla punta più meridionale della Sicilia, quella di Capo Passero. La sua voce pacata e bassa e le sue parole essenziali sono quelle di chi è abituato a sporadici contatti con gli altri.

I fari sono la sua casa da quasi trent’anni, fari diversi ma sempre lontani da tutto. Ha vissuto ad Ancona, poi a Ustica, e ora è qui con la moglie e la figlia diciottenne che al faro a volte organizza anche qualche festa con gli amici. Il suo lavoro è controllare che la luce resti accesa nella notte, che le sue intermittenze siano regolari, perché chi è in mare si senta rassicurato dal simbolo della terra. E ogni 15 giorni fa anche il giro degli altri fari e fanali di sua competenza oltre Cozzo Spadaro: il fanale di Capo Passero sull’isola delle Correnti e l’isolotto dei Porri, dove non vive nessuno se non “una neve di gabbiani”.

Ad assaggiare i dolcetti alla nocciola nel salottino c’è anche il signor Tacconi, 80 anni, predecessore di Lupo nella guardia di Cozzo Spadaro, vissuto per anni anche nel faro di Lampione, piccolo e sperduto isolotto al largo di Lampedusa. Anche se oggi gode la meritata pensione in una casa nel paese di Capo Passero, non passa mai troppi giorni lontano dal suo faro. “Fare il guardiano è un dovere, una responsabilità. Bisogna essere predisposti. Le difficoltà sono moltissime difficoltà, i gabbiani, i topi, l’isolamento, in cui trascini anche la famiglia. Con mia moglie e le mie tre figlie abbiamo passato anni interi vedendo pochissima gente. Ma almeno io la solitudine – dice con ironica fierezza – non la sentivo”.

Se non ci sono gli uomini, però, possono esserci gli animali a far compagnia nelle lunghe giornate. Lupo e Tacconi si scambiano aneddoti zoologici fra evocazioni di grandi paure e qualche risata. I gabbiani sono lamentosi, è vero, però segnalano il maltempo semplicemente standosene a terra, rivolti nella direzione delle nubi in arrivo. E quelle volte che il faro si spegneva o affievoliva la sua luce c’erano cani ad abbaiare e persino topi che mordevano il labbro come un doloroso avviso. Poi ci sono i fulmini, nemici quasi peggiori del buio: «Una volta uno ha spaccato i vetri della lanterna, l’ha spenta e ne ha liquefatto i bulloni d’ottone», racconta Lupo riportando quello che è capitato a un collega di passaggio al faro di Strombolicchio. “Durante i temporali i fari diventano parafulmini, possono venirti i capelli dritti se ci stai dentro, anche se è proprio meglio evitare di fermarsi nella tromba delle scale”. Oltre che di carte nautiche e meteorologia, il guardiano deve saperne anche di correnti elettriche e campi magnetici, perché i fari sono romantiche enciclopedie della scienza energetica dell’ultimo secolo.

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Articolo di Annamria “Lilla” Mariotti
Tratto da: www.nautica.it

Poco si sa sulle origini della “Lanterna”, come da sempre viene chiamato il Faro di Genova, ma per certo già nel 1129 un decreto ripartiva tra gli abitanti del circondario il compito di fare la guardia armata alla città mentre ai cittadini toccava il compito di fare la guardia al faro. Sembra che una prima torre sia stata costruita intorno al 1128, su uno scoglio che sorgeva dal mare e che un fuoco di steli secchi di erica e ginestra fosse continuamente alimentato sulla sua cima per segnalare l’ingresso del porto ai mercanti genovesi che tornavano dai viaggi in Oriente con le loro imbarcazioni cariche di mercanzie. Genova era già un porto troppo importante per non essere provvisto di un qualsiasi segnale che facilitasse l’avvicinamento. Dai registri dell’autorità marittima dell’XI secolo risulta che niente veniva tralasciato per la cura e la manutenzione della torre e che ogni nave in arrivo doveva pagare una tassa che contribuiva a coprire queste spese.

Molte sono le traversie che deve affrontare la torre prima di diventare quella che noi oggi conosciamo. Nel 1316 diventa ufficialmente un faro, nel 1318 rimane coinvolta nella guerra tra Guelfi e Ghibellini e subisce danni alle fondamenta, ma solo nel 1321 vengono effettuati lavori di consolidamento. La prima lanterna fu installata sulla sua cima nel 1326, alimentata a olio d’oliva, e nel 1340 lo stemma di Genova viene dipinto su una facciata. È del 1371 la prima immagine della Lanterna, disegnata a penna sulla copertina di un manuale del “Salvatori del Porto”, dove si trovano anche registrate le spese sostenute per l’illuminazione del faro e le nomine dei guardiani. Attorno al 1400 la torre veniva usata anche come prigione e vi furono rinchiusi per 10 anni gli ostaggi del re di Cipro, Jacopo Lusignani con la moglie che in una piccola stanzetta diede alla luce il figlio Giano. Queste persone furono più tardi liberate dal Doge Leonardo Montaldo, ma viene da pensare come può essere cresciuto quel bambino, sospeso tra mare e cielo, cullato dalla musica delle onde e terrorizzato dall’infuriare delle tempeste che squassavano il faro, tra quelle mura umide e fredde.

Tra storia e leggenda la Lanterna sfida il tempo. Si sa che nel 1405 i guardiani del faro erano sacerdoti e che per questo sulla sua sommità vennero innalzati un pesce e una croce, simboli cristiani; nel 1413 un decreto dei “Consoli del Mare” stanziò Lit. 36 per la gestione del faro, ormai considerato indispensabile per la sicurezza della navigazione, includendo anche le paghe dei guardiani e stabilendo le multe per quelli che non avessero portato a termine il loro compito con diligenza. Due volte, nel 1481 e nel 1602 la Lanterna fu colpita dal fulmine che provocò danni alla sommità. Tra le leggende, una racconta che nel 1449 uno dei guardiani del faro era Antonio Colombo, zio paterno del più celebre Cristoforo.

Un’altra truce leggenda narra che nel 1543, quando la Lanterna raggiunse la sua forma definitiva, l’architetto che l’aveva progettata fu gettato dalla cima della torre perché non potesse mai più eguagliare una simile costruzione. È facile raccontare la storia della Lanterna perché le sue “avventure” sono state registrate dalle varie Autorità Marittime che si sono succedute nei secoli: i “Consoli del Mare”, i “Salvatori del Porto”, i “Padri del Comune e Salvatori del Porto” e i “Conservatori del Mare”. Dunque, nel 1543 la Lanterna ha finalmente raggiunto la sua forma definitiva e sulla sua sommità viene posta una nuova cupola che subirà diverse modifiche e riparazioni nel corso dei secoli successivi anche per i danni subiti a seguito di eventi bellici.

Un portolano manoscritto del XVI secolo riporta: “a miglia 14 da Peggi (Pegli, pochi chilometri a ponente di Genova), città con buonissimo porto e alla parte di ponente, vi è una lanterna altissima e dà segni alli vascelli che vengono a piè di detta lanterna” la cui luce veniva già vista da molto lontano, anche perché era costruita con cristalli particolarmente lavorati e curati dai maestri vetrai liguri. I custodi del faro, chiamati “turrexani della torre”, dovevano porre una cura particolare nella manutenzione e nella pulizia di questi cristalli e per compiere bene il loro lavoro ricevevano bacinelle, spugne di mare e panni; tutto dipendeva da questo perché la luce potesse diffondersi il più lontano possibile. Tra il 1711 e il 1791 vi furono altri interventi sulla torre: fu dotata di un parafulmine per evitare ulteriori danni durante i temporali, vi furono posti tiranti e chiavarde per irrobustire la costruzione e furono consolidate le fondamenta.

Agli inizi del 1800 un ingegnere francese, Augustin Fresnel aveva messo a punto un’ottica rivoluzionaria destinata ai fari che stavano prendendo campo perché considerati di grande ausilio alla navigazione a vela. Si trattava di speciali lenti concentriche assemblate in modo da far convergere la luce in un punto e fare uscire i raggi luminosi parallelamente all’asse e aumentarne il potenziale spingendoli lontano moltiplicati e ingranditi. Queste lenti di Fresnel furono installate nel 1843 nel faro di Genova, che allora funzionava ancora a olio, cambiandone definitivamente la fisionomia e aumentandone la portata a 15 miglia.

Più tardi, nel 1881, la Lanterna rischiò di essere declassata perché era stato deciso di costruire un nuovo faro sul promontorio di Portofino, ma questo pericolo fu superato, fu invece deciso di potenziarlo, e nel 1898 l’olio d’oliva fu sostituito dal gas di acetilene che, a sua volta, fu ancora sostituito nel 1904 con petrolio pressurizzato, ma fu solo nel 1936 che la Lanterna venne elettrificata.

Negli anni successivi, nella cupola avvengono altri cambiamenti dovuti all’avanzare della tecnologia: l’antico impianto di rotazione a orologeria che veniva manovrato a mano fu sostituito nel tempo con un impianto di rotazione elettrico e il vecchio apparato rotante a bagno di mercurio fu sostituito con uno su cuscinetto a sfere e vi fu inoltre installato un faro elettrico indipendente di riserva.

La sua storia non finisce qui, la maestosa signora da sette secoli domina il porto e la città dall’alto dei suoi 117 metri, alla sua base il mare non si frange più sugli scogli, l’ampliamento del porto, la costruzione di nuovi moli e dell’aeroporto hanno profondamente cambiato l’ambiente su cui oggi poggia, ma lei rimane immutabile e impassibile, a chi si avventura a salire i suoi 365 scalini offre un panorama impareggiabile su Genova e sulla Riviera e ogni notte lancia sul mare oscuro il suo fascio luminoso che può essere visto a 26 miglia di distanza.

C’è chi dice che oggi i fari non sono più necessari perché le navi moderne sono dotate di mezzi e tecnologie di ausilio alla navigazione che rendono superato qualsiasi tipo di segnalazione a vista, ma è bello pensare che anche i marinai di oggi, rientrando nel porto di Genova, sulle più moderne e sofisticate navi da crociera, vedendo brillare in lontananza la luce della Lanterna sentano di tornare a casa, come accadeva ai loro antenati.

Oggi il faro è curato da Angelo De Caro, da sei anni suo custode e amico. Come gli antichi “turrexani” Angelo sale ogni giorno fino alla cupola usando un piccolo montacarichi che vi è stato installato alcuni anni fa e si prende cura delle lenti di Fresnel, tenendole lucide e brillanti, così come della lampadina da 1000 Watt. Angelo De Caro è rimasto solo sulla Lanterna, ormai automatizzata, e suo compito principale è solo controllare che tutto funzioni a dovere, ma Angelo è anche un personaggio. La Lanterna è considerata un faro un pò “civettuolo” e “cittadino” sia per la sua forma piuttosto insolita, sia perché è il simbolo della città di Genova, e Angelo riceve spesso richieste di informazioni sulla “sua” Lanterna, informazioni che lui fornisce di buon grado raccontando di come si senta tutt’uno con lei, di come ne sia geloso e orgoglioso.

Angelo de Caro ha 46 anni e fa il farista da 20, ha girato tutta l’Italia, ha anche salvato la vita a dei naufraghi quando si trovava al faro di Capo Rossello in Sicilia, e questa sua vita di romitaggio la si sente tutta nel suo parlare, lento, cadenzato che ricorda il ruotare della lanterna. Lui dice che anche in un faro grande si sente la solitudine, che se uno strano non è, strano diventa, un pò orso anche, ma Angelo De Caro è un uomo grande, questo lo ha reso lo stare tutto il giorno a contatto con la grande, antica signora, il vivere in simbiosi con lei, il prendersi cura della sua bellezza, fare in modo che la sua luce brilli il più lontano possibile perché chi la vede lampeggiare durante la notte possa dire: “Guarda, la Lanterna!!!”

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Articolo di Maria Elena Vincenzi
Tratto da: www.repubblica.it

Federalismo, 11 mila beni pronti a passare dal demanio agli enti locali

Strade, lidi, isole, caserme e palazzi storici: la maggior parte potrà essere messa all’incanto
Il patrimonio, tra aree e fabbricati, ha un valore complessivo di tre miliardi di euro

ROMA – Dalle Dolomiti alla spiaggia del lago di Como. Dal Museo romano di Villa Giulia al mercato di Porta Portese che ispirò Claudio Baglioni. Dall’Idroscalo di Ostia dove morì Pier Paolo Pasolini all’ex forte Sant’Erasmo di Venezia. È un vero tesoro quello che dall’Agenzia del demanio rischia di essere trasferito alle autonomie locali. Di quelli che non hanno prezzo, nonostante una stima che supera i 3 miliardi di euro.
L’elenco, stilato dal demanio e ora in commissione bicamerale, ancora non è definitivo, la versione ufficiale verrà pubblicata a fine luglio. Mercoledì ci sarà la relazione del ministro del Tesoro in Consiglio dei ministri, ma intanto ci si può fare un’idea del patrimonio di cui presto potrebbero disporre Comuni, Province e Regioni. A patto che ci sia un progetto di valorizzazione. Per il momento, infatti, i beni vengono solo trasferiti (e per alcuni di essi, soprattutto quelli “naturali”, c’è il vincolo che restino demaniali), ma la maggior parte potrà essere venduta a patto che l’alienazione serva a risanare il debito pubblico.
Circa 11mila “pezzi” che nella coscienza collettiva non hanno prezzo, ma che, secondo l’agenzia, un prezzo ce l’hanno, eccome. Innanzitutto spiagge e isole. Tra cui gli isolotti intorno a Caprera e l’isola di Santo Stefano vicino a Ventotene. Poi, parti di Palmaria vicino a Portovenere, dell’isola dell’Unione di Chioggia e di quella di Sant’Angelo delle Polveri a Venezia. Ancora, un pezzo di arenile di Sapri (famosa per la spedizione di Pisacane) e “la spiaggia del lago di Como” a Lecco, quella che diede inizio ai “Promessi Sposi”.
Dal mare ai monti, anche le vette sono “in vendita”. Ecco così gran parte delle cime che circondano Cortina d’Ampezzo. Le Tofane, il monte Cristallo, la Croda Rossa, il Sorapis e l’Alpe di Faloria. A rischio “cambio di proprietà” non solo la natura. Anche storia e arte cercano un nuovo padrone. A Roma lo cercano il Museo di Villa Giulia, dove rischia il trasloco la coppia di sposi etruschi e la facoltà di Ingegneria accanto a San Pietro in Vincoli. Poi, ancora, l’ex convento della Carità a Bologna (330 mila euro), l’Archivio di Stato di Trieste (5 milioni), l’ex cinta fortilizia “Mura degli angeli” di Genova, Villa Gregoriana a Tivoli, l’ex forte di Sant’Erasmo che affaccia sulla laguna di Venezia (il costo è di 7 milioni di euro), la piazza d’Armi di Reggio Calabria e quella di L’Aquila.
Non stupirà che nella lista figurino anche molti immobili. Roma ha un vero patrimonio. Oltre al mercato di Porta Portese, la tenuta di Capocotta a Castelporziano, un edificio da 22 milioni di euro in centro ora in uso al Senato, l’Archivio generale della Corte dei Conti (67 milioni di euro), l’ex forte Ardeatino e un complesso immobiliare alla Rustica, uno dei pezzi più pregiati della lista con i suoi 90 milioni.
Una specie di supersaldo da fine stagione che non risparmia nemmeno il cinema: rischiano di essere alienati il cinema Nuovo Sacher di Nanni Moretti a Roma (4,5 milioni di euro) e l’Idroscalo di Ostia dove morì Pier Paolo Pasolini, il cui prezzo è fissato a 6,7 milioni. Svendita anche per le infrastrutture: i fari di Mattinata sul Gargano, di Punta Palascia a Otranto, di Spignon a Venezia e “l’antico semaforo della Guardia” di Ponza. Trasferibili anche il campo da golf da 18 buche sull’isola di Albarella di proprietà del gruppo Marcegaglia (oltre 4 milioni), l’antico binario della direttissima Roma-Napoli, quello di Briosco e l’acquedotto di Castellammare di Stabia. Nella lista pure l’ex campo per i prigionieri di guerra di Ragusa e alcune ex case del fascio. Differente il percorso della caserme che, prima di finire agli enti locali, verranno valutate da “Difesa Spa”.
E sul “patrimonio in saldo” le opinioni divergono. Luca Zaia, governatore del Veneto, dice: «Si va nella direzione giusta. È bene che le Dolomiti ritornino alle loro comunità». Federalismo promosso anche dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno: «Si aprono grandi possibilità». Mentre il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, parla della «più grande speculazione edilizia e immobiliare della storia italiana» e Enrico Farinone (Pd) smorza: «Federalismo sì, ma estremismo federalista no».

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Legambiente: “Proposta indecente. Su quell’isola c’è un parco anche se non si vede”

Il Ministero della difesa mette in vendita l’antico faro di Punta Scorno all’Asinara, con finalità turistico alberghiere, nell’ambito del piano di dismissioni dei suoi immobili. Una proposta indecente secondo Legambiente, che sottolinea l’assenza in questo dibattito della principale parte in causa: l’ente parco dell’Asinara.

“Il parco, purtroppo, passa da un commissario all’altro e sembra non dover trovare pace – dichiara Sebastiano Venneri, vice presidente dell’associazione ambientalista –. E’ il primo ente che il ministero avrebbe dovuto consultare prima di formulare il suo progetto di vendita e riconversione del faro. Si moltiplicano le proposte di questo o di quell’esponente di governo per il futuro dell’Asinara; ora è la volta del sottosegretario Crosetto, qualche mese fa è stato il ministro Alfano a lanciare l’ipotesi di riattivare il carcere di massima sicurezza sull’isola. Tutte idee per un futuro di là da venire ma nessuno che si preoccupi del presente dell’isola, fatto di abbandono, di commissariamenti e di scarsa attività istituzionale”.

“La proposta del sottosegretario – aggiunge il presidente di Legambiente Sardegna Vincenzo Tiana – cozza con lo statuto autonomo della Regione che prevede il passaggio automatico dei beni ceduti dallo Stato alla Regione”.

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Autore: Simonetti Enrica
Dati: 112 p., ill., brossura
Anno: 2009
Collana: Laterza
Editore: Opere varie

L’Adriatico non è un ‘corridoio’ tra nazioni; è un mare che unisce storie di popoli uguali e diversi, ma anche storie di culture che, da una riva all’altra, si specchiano. Enrica Simonetti racconta un viaggio inusuale tra le coste adriatiche, partendo da Santa Maria di Leuca, punta meridionale della Puglia, e procedendo da una sponda all’altra illuminati dai raggi dei fari. Luci antiche e moderne, che guidano dal Salento all’Albania e alla Grecia, da Bari al Montenegro, dalle Marche alla Croazia, dal Veneto alla Dalmazia e all’Istria. Incroci geografici ma non solo, perché viaggiare tra i fari significa esplorare vicende storiche e umane, addentrandosi nel mondo della marineria, passando dalle sanguinose battaglie di un tempo alle emergenze ecologiche della nostra era. Un viaggio a ‘zig zag’ nelle epoche, nelle isole, nelle architetture della pietra istriana, nelle costruzioni ottocentesche nate sui resti di torri secolari. E un viaggio tra i racconti e gli aneddoti della vita nei fari: ecco il bimbo chiamato ‘Adriatico’, ecco il faro fatto costruire dal principe di Metternich (a Savudrija, in Istria) per una bella nobildonna croata.

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